Intervista all’architetto e illustratore Alessandro Acciarino, in arte H501

“Roma, quella contemporanea, è una città normale e per estensione potrebbe essere divisa in tanti piccoli quartieri-comune, ognuno con la sua struttura sociale, i suoi simboli e i suoi rituali”.

Alessandro Acciarino, in arte H501, è un giovane architetto e nonostante abbia studiato a Roma, dove monumenti e palazzi storici trionfano ad ogni angolo della città, ha sviluppato un interesse per i luoghi del quotidiano, quelle architetture che vediamo tutti i giorni andando al lavoro o tornando a casa, che entrano inevitabilmente nel nostro immaginario, fino a diventare, a volte, veri e propri simboli e punti di riferimento dei nostri quartieri.

Cosa significa H501 e da dove trae ispirazione il tuo progetto?

Il mio progetto nasce dalla ricerca di uno stile di rappresentazione visiva e per trovarlo ho iniziato a ridisegnare degli edifici a me familiari, a volte per testare se la tecnica potesse essere effettivamente valida con qualsiasi edificio, altre volte semplicemente per il gusto di ridisegnare un palazzo che mi piaceva. All’inizio erano disegni che tenevo per me, poi facendoli vedere a colleghi e amici, pian piano mi sono convinto a renderli pubblici e ho iniziato a partecipare a bandi per giovani creativi fino a che ho realizzato che, in effetti, il progetto poteva essere interessante anche visto dall’esterno.
Il nome del progetto, invece, è nato quasi contestualmente ai primi disegni, avevo nominato così la prima cartella in cui conservavo i file digitali. Questi edifici erano tutti appartenenti al territorio romano e perciò il parallelismo con il codice alfanumerico H501 che accomuna tutte le persone nate a Roma mi è sembrato ovvio.

In che modo Roma ha influenzato il tuo percorso da architetto e soprattutto quello da illustratore?

Roma non ha influenzato solo il percorso da architetto o da illustratore, Roma influenza tutto il tuo mondo, il modo in cui ti approcci alla vita; è caotica, confusionale, ha i suoi tempi dilatati, è accogliente e ostile allo stesso tempo, ti insegna l’arte della pazienza (soprattutto nel traffico) e a prendere le cose un po’ più alla leggera, o forse mi piace pensare che il mio essere disordinato, caotico e perennemente (o quasi) in ritardo sia colpa di come Roma mi ha cresciuto.

Essendo molto esperto di luoghi “extra-ordinari” consigliaci qualcosa di poco noto e che vale secondo te la pena visitare?

Ce ne sarebbero un’infinita, ma il primo che mi viene in mente é la “piccola Londra” a Via Bernardo Celentano, al Flaminio una strada molto particolare in quanto il suo progettista, Quadrio Piriani, nei primi anni del ‘900 la concepì in perfetto stile inglese: é incredibile quanto somigli alla capitale inglese, sembra quasi di essere stati catapultati in una delle stradine del centro di Londra. Un altro spazio assolutamente da visitare è la Casa-Museo Hendrik Christian Andersen, sul Lungotevere, poco prima del Ministero della Marina: è una palazzina fatta costruire e decorata dallo stesso artista H.C. Andersen in perfetto stile eclettico all’interno della quale vi sono centinaia di sculture e dipinti dell’artista. É uno spazio così gremito di opere che non so davvero come spiegare la sensazione che si prova al suo interno: proprio per questo è assolutamente da visitare, io ci sono capitato per caso e vi assicuro che ne vale la pena.

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Quali sono i tuoi tre luoghi preferiti della città, quelli a cui associ un momento significativo per la tua formazione?

I tre luoghi a cui associo i momenti più significativi per la mia formazione sono: naturalmente l’Università di Architettura a Valle Giulia, dove tra un esame e una lezione ho vissuto con leggerezza sette anni bellissimi; l’ex Mulino Natalini, dove ho avuto il piacere di collaborare con 2A+P/A prima e La Macchina Studio poi, due realtà fantastiche, dove sono cresciuto molto, acquisendo molte competenze ma soprattutto accrescendo la consapevolezza di cosa volessi fare della mia Laurea in Architettura. Anche se ho lavorato in quell’edificio poco meno di un anno, pensare al Mulino mi strappa sempre un sorriso, soprattutto per i mesi trascorsi con La Macchina Studio.
Il terzo luogo é un villino a via Nomentana 331, sede dello studio d’architettura Warehouse of Architecture and Research, dove per cinque anni ho vissuto, dialogato, creato e litigato con gli amici e colleghi con i quali avevamo fondato lo studio. Senza ombra di dubbio quella stanza seminterrata é stato il luogo dove ho costruito le basi di qualsiasi scelta professionale io abbia intrapreso dagli anni dell’università ad oggi; senza WAR, non ho idea di quale piega avrebbe preso la mia carriera, devo molto a quelle discussioni sull’architettura.

La tua formazione ti ha portato a studiare grandi architetti ma anche grande esperti di grafica ed illustrazione. C’è qualcuno che ha avuto una grande influenza nei tuoi lavori?

Bruno Munari è l’artista a cui faccio più riferimento, non tanto per il risultato delle opere ma per il processo creativo ed il pensiero in generale. Quando ho iniziato a fare i miei primi disegni mi ispiravo molto ai lavori di Andrè Chiote, un architetto-illustratore portoghese che ha realizzato delle bellissime illustrazioni di molti capolavori dell’architettura mondiale; ovvio che a dover rappresentare un architettura di Oscar Niemeyer forse viene più facile fare un bel lavoro, io ho voluto mettermi alla prova raccontando degli edifici normali di Roma. Un’altra forte influenza viene anche dai vecchi Poster dell’ENIT, li trovo di una intelligenza e di una bellezza difficilmente replicabile.

Dal 25 al 28 Ottobre durante la tua mostra “H501. Una dichiarazione d’amore” a Palazzo Velli darai la possibilità ai visitatori di scrivere e lasciare una “storiella” sul proprio “edificio del cuore e le due migliori verranno selezionate ed illustrate da te: da dove nasce questa idea?

Penso che sia importantissimo ricreare un sano senso di appartenenza al quartiere dove viviamo o dove siamo cresciuti, e nel mio piccolo, creo delle piccole cartoline di Roma, elevando anonimi edifici a soggetti principali, perché bene o male nella nostra memoria abbiamo molti ricordi legati a edifici normalissimi (di periferia e non) e questi ricordi meritano di essere trasformati in illustrazioni da appendere.

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