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Arco di Druso

Da semplice fornice dell’Acquedotto Antoniniano, ad arco trionfale della Via Appia a controporta di difesa delle Mura Aureliane: l’Arco di Druso, oggi romantica rovina, testimonianza dei fasti della Roma imperiale.

Le Terme di Caracalla, l’acquedotto dell’Acqua Antoniniana e la Via Appia

Per alimentare il nuovo impianto termale costruito all’ingresso della città, tra il 211 e il 216 d.C. l’imperatore Antonino Caracalla ordina il restauro ed il potenziamento dell’acquedotto dell’Acqua Marcia e vi aggiunge una diramazione, detta Acqua Antoniniana, che dalla Via Tuscolana, in direzione Nord-Ovest, oltrepassa la Via Appia e giunge sino alla Regio XII Piscina Publica. Proprio a ridosso della Via Appia, tre fornici dell’acquedotto vengono monumentalizzati, a creare l’immagine di un arco di trionfo in ingresso alla città, in accordo scenografico con altri archi monumentali che lo precedono lungo la medesima strada. Il fornice centrale, di dimensioni maggiori rispetto ai laterali, infatti, viene rivestito in marmo, affiancato da alte colonne corinzie poste su plinti e sormontato da cornice e timpano, mentre l’attico viene decorato con fregi e statue.

L’Arco di Druso e la corte difensiva all’interno delle Mura Aureliane

Al 275 d.C. risalgono gli interventi di costruzione di due sezioni di muratura arcuate di collegamento alla Porta San Sebastiano: si viene così a formare una corte difensiva, interna alle mura, dove l’Arco di Druso viene impiegato quale controporta. Nel 403 d.C., invece, in occasione dei lavori di ampliamento e fortificazione delle mura e della Porta S. Sebastiano messi in atto dall’imperatore Onorio, è probabile che l’arco venga restaurato e dotato anch’esso di elementi di fortificazione.

Nel 776 d.C. Papa Adriano I avvia un intenso programma di riqualificazione edilizia e di riforma amministrativa della città: ne consegue anche il restauro degli acquedotti cittadini, tra cui quello al tempo detto Forma Iovia, identificabile con l’acquedotto dell’Acqua Antoniniana, del quale l’Arco di Druso fa parte, e necessario all’alimentazione delle nuove diaconie sorte nel VI-VII sec. nella valle tra il Monte Palatino ed il Monte Aventino. Nei secoli successivi, numerosi papi si occuparono di continuare a restaurare e potenziare i diversi acquedotti cittadini: in particolare quello della Forma Iovia viene inizialmente impiegato per l’alimentazione idrica dei palazzi del Laterano, per essere poi dimesso nel X sec. In questo periodo è attestata la denominazione dell‘arco come Arco di Druso, ma anche come Arcus Recordationis, Arco di Lucio Vero e Arco di Traiano, per un probabile errore di confusione con altri archi trionfali la cui esistenza era stata parimenti attestata all’interno della Regio I Porta Capena.

Nel 1536, invece, in occasione dell’arrivo del Re Carlo V di Spagna in Roma, Papa Paolo III affida ad Antonio da Sangallo il Giovane il progetto di decorazione della Porta S. Sebastiano e parimenti dell’Arco di Druso, che viene temporaneamente adornato con statue e festoni celebrativi. Lo stesso accade nel 1571, in occasione dell’ingresso trionfale in città di Marcantonio Colonna, vincitore nella battaglia di Lepanto.

L’Arco di Druso oggi

Dopo la dismissione dell’acquedotto dell’Acqua Antoniniana e diversi anni di incuria e abbandono, nel 1840, secondo il progetto di sistemazione della Via Appia messo in atto dall’architetto Luigi Canina, vengono avviati i lavori di restauro e isolamento dell’Arco di Druso, sino a quel momento ancora configurato come una controporta e circondato da muri di cinta e dagli edifici degli uffici di Polizia e del Dazio. Vi si addossava anche uno dei muri di cinta della vicina Vigna Casali, presso il quale in origine era stato realizzato un ingresso secondario, cui accedere mediante una breve rampa posta al fianco della strada, anch’esso di conseguenza demolito.

Restaurato a più riprese negli anni a venire, l’Arco di Druso è stato oggetto un ultimo intervento di manutenzione nel 1990, in seguito all’istituzione del Museo delle Mura all’interno della Porta San Sebastiano, e di diversi studi e saggi di scavo a partire dal 2000.

Articolo di Livia Artibani

Arco di Druso

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