Architettura Roma Barocca

Chiesa di Santa Maria della Vittoria

La nuova sede conventuale per l’Ordine dei Carmelitani Scalzi a Roma, Santa Maria della Vittoria: un progetto di Carlo Maderno che indulge nei fasti del Barocco, ma eleva ricchezza e ornamentazione a simbolo di fede.

Fu grazie ad una bolla papale che nel 1605 l’Ordine dei Carmelitani Scalzi poté espandere la propria istituzione e fondare un nuovo convento quale sede ufficiale dell’organo missionario nella Capitale. Questo venne edificato a partire dal 1608 su di un lotto a nord della città, a margine delle antiche Mura Serviane, che includeva una piccola chiesa medioevale dedicata a S. Paolo, impiegata come romitorio e rifugio. Il progetto del convento venne affidato all’architetto Bartolomeo Breccioli, quello della nuova chiesa a Carlo Maderno; i lavori furono finanziati grazie alle donazioni di numerose famiglie gentilizie romane.

San Paolo, Santa Maria della Vittoria e il progetto di Carlo Maderno

L’impianto della chiesa di Santa Maria della Vittoria riprende una tipologia familiare a Maderno, già sperimentata in S. Andrea della Valle: egli infatti riadattò lo schema di Vignola per la Chiesa del Gesù secondo i canoni religiosi dei Carmelitani, realizzando un impianto a navata unica con cappelle passanti e coro retto dietro l’altare maggiore. Lo spazio è coperto da una volta a botte lunettata, mentre la crociera è sormontata da un tamburo ottagonale e una cupola intradossata. Inizialmente fu mantenuta la consacrazione a San Paolo, ma nel 1622 venne nuovamente titolata: dalla Basilica di Santa Maria Maggiore vi fu infatti trasferita un’antica icona dell’Adorazione del Bambino che era oggetto di venerazione. Si narra che tale immagine fosse stata impiegata durante la Guerra dei trent’anni, in occasione della Battaglia della Montagna Bianca, e che il volto del Bambino avesse abbagliato le truppe luterane favorendo la vittoria dell’esercito imperiale; di qui la dedica a S. Maria della Vittoria.

L’interno, sobrio e spoglio secondo il primo progetto di Maderno, in osservanza dei caratteri religiosi dei Carmelitani, venne in seguito arricchito da decorazioni in marmi policromi, stucchi e dorature, grazie a una deroga costituzionale di cui la chiesa avrebbe goduto dal 1631 in virtù del prestigio riconosciuto al complesso monastico. Per le cappelle fu concesso lo jus patronato a famiglie nobiliari a patto che fossero decorate secondo le direttive fornite dall’architetto: queste vennero quindi rivestite con marmi policromi e riccamente allestite, le volte a botte tripartite furono decorate con scene dalle vite dei santi. Le tre cappelle del lato sinistro, a partire dall’ingresso, furono dedicate a S. Andrea; al Beato Giovanni della Croce; alla Ss. Trinità. Sul lato destro, invece, a Maria Maddalena, poi a S. Teresina; a S. Francesco; a S. Isidoro, poi all’Assunta, quindi Madonna del Carmine. La cappella sinistra del transetto, di proprietà della famiglia Cornaro, fu dedicata a S. Teresa e magistralmente ornata dall’opera scultorea del Bernini; la cappella destra, invece, fu dedicata a S. Giuseppe e preziosamente ornata da una pala d’altare ad opera del Domenichino. Gli affreschi della volta e della cupola furono eseguiti da Giandomenico Cerrini, quelli dell’abside da Luigi Serra, mentre il pavimento in marmo risale al 1724.

Il progetto della facciata

La facciata della chiesa fu costruita in travertino nel 1626 su disegno di Giambattista Soria, a spese del Cardinale Scipione Borghese in cambio di una statua di un ermafrodito dormiente rinvenuta nel 1608 durante gli scavi delle fondamenta della chiesa.
Soria adottò uno stile accademico, ma possente, con tendenze conservatrici: il suo progetto per la facciata mostra un’indipendenza di giudizio nell’impostazione delle partiture decorative e della balaustra che sovrasta il timpano, nella connessione plastica delle edicole sovrapposte che si incastrano, ma lascia trasparire l’influsso di Maderno e del progetto di quest’ultimo per la facciata della vicina Chiesa di S. Agnese, soprattutto nella predilezione per l’uso dei pilastri e nella rinuncia al plasticismo delle colonne.

La chiesa in età moderna

Nel corso del XIX sec. la chiesa di Santa Maria della Vittoria subì diverse trasformazioni: furono riconfigurati alcuni apparati devozionali, allestita una Via Crucis nel coro alto (1866) e riedificato l’altare maggiore (1880); dopo il rifacimento delle strade circostanti, si provvide alla realizzazione delle scalinate d’accesso alla chiesa e al convento. Nel 1873 parte della struttura conventuale venne espropriata per pubblica utilità e nei locali venne trasferito il Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, poi affiancato dal Museo Chimico dell’Istituto Geologico Nazionale: ciò compromise l’originaria integrità dei diversi ambienti funzionali della chiesa. Nel 1920 il convento ottenne nuovamente la proprietà degli ambienti della sagrestia, ma non quella del coro basso, annesso al Museo Agrario e Geologico nel 1881. Negli anni ‘50 la chiesa venne dotata di un nuovo organo; circa venti anni più tardi sacrestia e oratorio furono rinnovati e rivestiti in marmo. Tra il 1991 e il 1998 furono eseguiti il restauro della facciata, delle cappelle e di tutti gli affreschi e gli stucchi; in particolare, nel 1995 la cripta sotto l’altare maggiore, luogo di sepoltura per i religiosi della Congregazione, fu restaurata e aperta al pubblico.

Per info su orari di visita della Chiesa.

Articolo di Livia Artibani

Chiesa di Santa Maria della Vittoria

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